Nelle parole di Debord, come nella sua vita, c’è profonda onestà, allergia per le istituzioni, disperazione, vitalità estrema, voglia di battersi, umorismo e il romanticismo di chi è capace di ragionare per rivoluzioni, a qualunque costo.
Nelle foto di Benassi c’è una tensione primitiva, un senso del tempo netto, che abolisce il prima e il dopo lo scatto. C’è una luce spietata dietro cui traspare un affetto per ciò che è guardato, perché colto nel momento di una transizione, di uno svelamento. C’è questo, e l’idea che l’immagine è argomento filosofico, perché tratta di vita e di morte.
Debord e Benassi hanno entrambi avuto una formazione atipica, non accademica, e sviluppato un linguaggio in grado di immaginare, e un pensiero capace di immaginare la distruzione. C’è in loro un approccio contemporaneamente punk e molto delicato; qualcosa di fanciullo e imprendibile che può dialogare al di là del tempo.











